Arrendersi?

Dove va quel fiore che non cogli? Forse perirà nel luogo in cui è nato, oppure viaggerà per un breve periodo, strappato dal vento o da una mano. Ma tu non lo saprai, né scoprirai che profumo cela, e triste volgerai lo sguardo altrove.

Dove va quel treno che non fischia? Due amanti si tengono per mano, e l’ignoto prende forma dalla nuvola di fumo. Il vento della velocità ti scompiglia i capelli ancora per poco, ma da solo, adesso, conterai i minuti di un orologio fermo.

Dove scivolano i sogni al mattino? La mano dei più belli la lasci con dolore, quella dei più brutti con sollievo. E ti chiedi perché il loro nome è lo stesso dei sogni di ogni giorno. E ti chiedi ancora se tutti quei sogni alla fine ti aspetteranno al di là dell’arcobaleno, dove sarai chi hai sempre voluto essere, senza vergogna, senza timore.

E dove vanno i pensieri struggenti, i mostri che ti tormentano, le lacrime che gonfiano le vele, se continui a tenerli stretti a te con catene lunghe come fiumi? E i mari che non assaggi, e i prati che non solchi, e le piogge che non senti, dove sono? Dove sono se tu sei qui a giocare agli aquiloni con i tuoi fantasmi?

Ti hanno detto che si può cambiare, ma raramente. Hai imparato che smussare gli angoli non è poi così facile, e che è più facile aguzzarli. Che così feriscono chi ti vuole far male, ma allo stesso tempo i tuoi tagli aumentano. Hai capito che non è vero che un giorno il sughero imiterà l’ancora per carpire la profondità, e che non si può fingere di stare bene per sempre solo guardando il cielo, il benessere e la tua fortuna. La verità è che hai perso la tua bussola, ma non ti hanno detto che le bussole non sono mai esistite. E allora la verità è che non hai mai trovato la porta giusta per arrivare a sfiorare l’arcobaleno. E buttare la spugna sembra l’azione più naturale quando si è stanchi di lavare la fuliggine dei nostri fuochi di paglia.


C’era una volta…

Ricordo che durante i nostri discorsi superficiali riusciva a far sbocciare frasi serie, dal nulla, che in un modo o in un altro aderivano perfettamente a quel discorso. E un giorno mi disse questa cosa della gente. La gente si cerca. E si trova. Ma riesce a farlo un po’ come le formiche che lasciano un odore, una scia, un indizio. Non devi essere della stessa pasta dell’altro per trovarlo, ma devi avere qualcosa, qualcosa che non tutti hanno. E allora, come se il mondo fosse logico così, riesci a trovare con una facilità quasi mostruosa un gruppo. Il gruppo di quella scia, di quell’indizio. Tutti diversi tra loro tranne una cosa, una sola cosa, un filo in comune che li lega stretti. Un odore che li accomuna, una bellezza delicata che li unisce. Trovare quel filo è forse la cosa più complicata che esista. Capita però, mi disse dopo, che esistano persone con pezzi mancanti, incapaci di seguire l’indizio, l’odore, la scia. Un po’ come una formica che perde la capacità di sentire i suoi simili, perde l’olfatto, e spaesata vaga senza meta, sola, alla ricerca dell’indefinito. Così fanno certi individui. Sono incapaci di trovare il loro gruppo. Dentro loro manca un ingranaggio che li conduce al gruppo zero. Anzi uno. Lui e nessun altro.


Mi innamoro ancora

“Una strada al crepuscolo, e i fari a rincorrersi. Molta gente intorno, un po’ distratta nel portare a spasso i pensieri. Una panchina alberata, un libro e un caffè tardivo, ma dormirai quella notte, in fondo lo sai. Una vita migliore. Un incontro, un sorriso. Affermazioni intelligenti, conversazioni interessanti. Degli sguardi che dicono tutto ma in fondo non dicono nulla. Sorrisi di marmo. Quel pezzo di puzzle al suo posto e un orizzonte infinito di miliardi di pezzi. La corsa e l’ebbrezza. Il sudore dell’eccitazione. Una pioggia cade leggera, e non bagna. Cammini sull’ossigeno, leggera non è solo la pioggia. Il cielo è spento dalla luce elettrica, ma le stelle son lì, ne senti il respiro. La punta degli stivali appare più scura, ma si asciugherà domani sotto un timido sole. Hai imparato l’arte di saper parlare, e i pensieri sono veri, sono forti. Stai imparando a danzare senza evitare le pozzanghere, sono così belle, ci puoi vedere l’infinito. Una strada al crepuscolo. Mi riconosci da lontano, in fondo ne valgo la pena. Mi stringi la mano mentre un piede si tuffa in una pozzanghera. Spruzzi di acqua, come spruzzi di vita.”
Mi innamoro ancora, e lo faccio ogni giorno. È un circolo. Ogni giorno, della vita che immagino, ancora mi innamoro.


Vivere

Anelerei all’adrenalina
nata da infinite possibilità.
Vita vera.
Nessun surrogato.
Non voglio sognare sogni,
pensieri,
opere,
immaginazione.
Voglio leccarli piuttosto.
Drogarmi di loro.
Farli diventare veri.
Toccarli.
Stringerli al petto.
Immergermi nella loro acqua.
Inalarli dal naso.
Voglio il loro dolore,
e poi il loro piacere.
Voglio un burrone da cui lanciarmi
e non per sparire
ma per vivere
per l’ebbrezza
per la vita
per il brivido
e la paura.
Voglio sentire
ogni puntura del mondo
ogni carezza
ogni sutura
la vita che va via
e quella che torna impetuosa.
Sentire il proprio corpo
sentirlo dentro il mondo
graffi e baci.
Provarsi,
altezze o meno,
nei limiti da toccare,
non da guardare.
Ritrovarsi, quindi
ma davvero.
Nella vita vera.
Nessun surrogato.
Sarebbe bello.


Dover essere o non dover essere

Doveri. Ne abbiamo tanti, forse troppi. Intrappolati in mosse prestabilite, calendari già scritti, scacco matto al re, le giornate appaiono già vissute nella loro organizzazione. S(t)iamo diventando macchine preordinate a fare ciò che è giusto fare. Ma cosa è giusto fare? Portare avanti la propria vita costruendo fili che corrano verso gradini di una formazione che è “di moda”, che ci dia una sicurezza sociale, un posto nel mondo in cui sentirci nel giusto.
Ma il giusto chi l’ha deciso?
Sono obblighi, doveri, troppi, tanti, miliardi.
Ma a sbagliare chi ci pensa?
A sognare chi ci pensa?
A seguire il proprio istinto, chi ci pensa?
Avrei voluto svegliarmi stamattina solo dopo averne avuto abbastanza di dormire.
Avrei voluto sognare ancora, perdermi nelle dimensioni oniriche che non riusciamo mai a possedere fino in fondo. Avrei voluto ascoltare musica a palla e cantare anche se sono stonata. Avrei voluto guardare quell’anime che mi piace tanto e che mi fa pensare a te che ormai non ci sei più.
Non avrei voluto chiamarti, ma l’ho fatto perché “era giusto così”.
Avrei voluto rimanere ferma, immobile, riposare le mie gambe che non riescono più ad andare a pari passo con questa vita che soltanto a tratti abbiamo scelto noi. Avrei voluto fare un’ anti-rivoluzione e sedermi a terra, aspettando che il tedio verso la vita fosse scivolato via da solo.
Avrei voluto seguire il mio istinto, anche a costo di farmi guidare verso un’immobilità che è uguale alla morte, ma preferibile a questo sentirsi perennemente in due luoghi, qui e altrove. E l’altrove non c’è.
Avrei voluto tante cose, ma abbiamo doveri e obblighi ogni giorno. Ma quei sogni che ormai non riesco più a capire mi hanno portato a intuire che il vero motivo per cui a volte vorremmo fermarci per morire un po’ nella stasi è che, in mezzo a tutti questi doveri, abbiamo dimenticato cosa vogliamo davvero e chi siamo. Ma forse non lo abbiamo mai saputo. E se ricordare ciò che si è dimenticato è difficile, ricordare ciò che non si è mai saputo è assurdo. Sul fondo di questo sproloquio di parole è una verità acidula questa, ma almeno è l’unica cosa che so, per ora.


La notte

Ho sognato cose che non so.
Ho sognato la me stessa che non mi è dato conoscere.
È lì che cammina di notte, quando nessuno la vede.
È lì che mi bussa forte, lapidando il mio sonno.
Ogni notte i suoi sassi riscaldano il letto,
ogni mattina il ricordo è sbiadito dal sole:
secco negli occhi,
solo un’orma di qualcosa che verrà cancellata dall’acqua.
Ma dentro le impronte assomigliano a graffi,
impermeabili pulsano di vita nascosta,
misteriosa,
aliena.
È un linguaggio che non riesco a intuire,
che vorrei sentire,
che ho paura di capire.


Regina

Alberi di inchiostro traboccano di pigne nere la cui linfa scorre ticchettando il tuo tempo.
Ciclici fiumi di parole perdute ti scorrono davanti in un circolo nauseante.
Foglie inaridite si spezzano ad ogni passo facendo emergere un silenzio infinito.
Passi qui. Passi lì. Ma è un cerchio solcato quello che emerge dalla terra.
Il colore del sole disegnato da mani infantili si è sbiadito sotto il peso di una tazzina di caffè.
Le nuvole sono i sogni bianchi che riusciamo a immaginare.

Chiusa nel tuo mutismo costruisci un regno di cui sei la regina.