Non mi hai conosciuta davvero

 

Non mi hai conosciuta davvero. O meglio, non conoscevi davvero chi ero diventata. Non hai visto i miei fantasmi, il mio lato più buio e gelido, il pozzo dove finisco ogni tanto, la mia parte malata. No, questa non sei riuscito a vederla davvero. Forse ogni tanto ne scorgevi un angolo ma, una volta perso di vista, di quell’angolo te ne dimenticavi. 

Non hai capito più chi fossi, ma in fondo non lo sapevo nemmeno io, alla fine. E tutti quei mostri con cui mi svegliavo, e tutti quei fantasmi che mi porto ancora dietro, non sei riuscito davvero a vederli. Non capivi che io ci provavo a combatterli, ma venivo sconfitta. Non hai capito che certi mostri mi stavano logorando, pezzo per pezzo, cellula dopo cellula. E li combatto ancora, quei mostri, ma con meno forze, con meno voglia. Sola, un po’ come allora. Ogni sera, prima di dormire, conto i buoni propositi. Ogni giorno, a colazione, conto i fiori sulle loro tombe. 

Non mi hai conosciuta davvero, e forse è una di quelle ferite che mi porterò sempre dentro. Perché a volte desideriamo aiuto ma non abbiamo il coraggio di chiederlo. Perché a volte, quando abbiamo vergogna di ciò che stiamo diventando, vorremmo solo essere scoperti avvinghiati ai nostri mostri, ed essere finalmente compresi.

Non mi conoscevi davvero, e forse, in fin dei conti, per te è stato meglio così.


Finiranno gli incubi

Finiranno gli incubi.
Le sveglie alle 5. Le ansie di notte. 
Gli occhi lucidi all’alba. 
Finiranno gli incubi. 
Le sudate di notte. Le mani fredde. 
Il cuore turgido.
Finiranno gli incubi. 
I telefoni silenziosi. Le urla nascoste. 
I cani che mordono.

Finiranno gli incubi.
E ne inizieranno altri. 
Funziona così, per la gente come noi. 
Che non sa difendersi dalla vita. 
Che sente tutto, tanto e troppo. 
Che nuda e cruda si mostra alla realtà 
infetta come aghi sporchi. 
Il nero non dura, e nemmeno il bianco. 
Inizieranno altri incubi, e poi altri sogni, 
e poi altri incubi ancora. 
Sarà un continuo danzare sul filo del rasoio 
spezzato tempo fa. 
Ma nessuno ti insegna i passi. 
E tu sei goffa nel ballare, 
lo sai. 
E inciampi, 
e cadi, 
e crolli, 
in incubi che sono sogni 
e sogni che diventano incubi. 

Finiranno gli incubi 
che ti tengono sveglia,
che ti mordono il cuore,
che ti bagnano il naso,
che ti fanno sentire piccola,
dentro un mondo troppo grande?
Finiranno gli incubi,
la tua agorafobia,
le tue insicurezze,
il sangue alla testa,
e il cuore che batte,
ma troppo forte?
E le tue domande,
i dubbi taglienti,
le paure paralizzanti,
i fantasmi del passato
del futuro e del presente,
e tutto quello che ti rende così sciocca e debole,
finirà anche quello?

Finirà. Finirà qualcosa.
Forse loro. 
Forse gli incubi.
Forse nessuno.
O forse tu.
Sconfitta,
in una meta mai scoperta.
Un orizzonte mai varcato.
E i sogni ancora tutti da toccare.

(Sproloqui di una mente messa alla prova da una giornata decisamente del “casco”)


La panchina

Ho una panchina preferita che dà su una piazza un po’ degradata.
C’è stato un tempo in cui mi ci sedevo di frequente, da sola. Non è una panchina speciale, in realtà. Però era spesso vuota, e questo bastava. Una volta ci sono andata con un libro ma è durata poco. Non ha lo schienale, la panchina, e dopo un po’ diventa scomoda. In realtà non mi fermavo troppo a lungo, giusto il tempo di una sigaretta, di una canzone, e di qualche domanda. In quella panchina pensavo spesso a cosa non andasse in tutte quelle giornate estive che si svegliavano con una strana pesantezza. Ho interrogato spesso la piazza, il cielo e le nuvole. A volte interrogavo silenziosamente i volti dei passanti, ma nessuno davvero riusciva a darmi una risposta. Quasi ogni giorno, di ritorno verso casa, mi sedevo su quella panchina a lanciare dubbi e domande sulle cose. Forse le cose non rispondevano, però ogni volta che mi alzavo per andare via una parte di me si sentiva più sollevata. Non so bene il perché, forse ogni giorno, un po’ per volta, lasciavo parte di quelle domande lì a riposare, e tornavo a casa più leggera.

Adesso l’estate è finita portando via con se tante cose. Al suo posto, l’autunno. Pieno di foglie secche e di quel freddo che ti entra dentro. Magari anche la panchina sarà piena di foglie. La immagino ancora vuota, piena di scritte che sembrano cicatrici, e con qualche foglia che la colora un poco. 

Non vado più su quella panchina, adesso. I miei passi hanno abbandonato quella strada in cui raggiungerla era semplice. Su questa nuova via, che non è per nulla definita, non ho ancora trovato una panchina su cui sedermi.
Ma una panchina ci vuole, anche solo per prendere il respiro e provare a meravigliarsi. Anche solo per appoggiare le proprie domande e riposare. Una panchina ci vuole, ne sono certa.


Lettiera per gatti

Avevi strizzato parte della tua anima in un bicchiere. Avevi aggiunto le tue migliori intenzioni, la tua curiosità. Avevi mescolato con la tua buona volontà dopo aver instillato qualche goccia del tuo coraggio. Il risultato finale odorava di buono, ma soprattutto aveva il colore della speranza. Nessuno sa che colore ha la speranza, ma quando lo vedi lo sai che è lei.
Osservavi quel miscuglio, lentamente, tra lo stupito e l’eccitato. 

Ma sbagliamo momenti, a volte. E a volte, invece, sbagliamo soprattutto le persone.

Era una tiepida mattina di ottobre, e tutto sembrava finalmente andare meglio. Il sole poteva ancora riscaldare le tue mani, il sorriso poteva ancora nascere, improvviso e folgorante. 
In quella tiepida mattina hai scoperto che la fine della speranza ha il suono di un bicchiere che si infrange. E che qualcuno lascia andare volontariamente. 

Cosa provi quando non riesci a comunicare?

L’hai capito quel giorno. Immagina una tazza che cade sul pavimento spargendo il suo contenuto ovunque. Ti fermi e non sai da dove cominciare per tamponare il liquido. “Uso dei tovaglioli? Forse meglio il canovaccio? O il mocio? Inizio dalla sedia, no meglio dal tavolo. Forse prima conviene raccogliere i cocci. Guarda, ho impregnato anche questi documenti. Li lascio ad asciugare o provo a togliere la macchia con un poco d’acqua?”
Il fatto è che per alcuni secondi, che in realtà diventano secoli, stai paralizzato, poi inizi da non so quale punto, fai più casini di prima, ti innervosisci pure. Hai provato a rimediare, ci hai messo te stesso, tutto i tuoi sensi protesi a quei gesti. Ma il danno è risolto a metà, quello più superficiale. E invece la tazza è rotta, definitivamente.
È in un’occasione del genere che hai capito cosa bisogna fare alcune volte. 

Ricapitoliamo: cade una tazza, il contenuto è ovunque. Prendi la sabbietta dalla lettiera del gatto, e la spargi come benedizione sull’acqua. Come quando a scuola qualcuno vomitava nel corridoio e vi trovavi sopra quella specie di segatura. Bene, il senso è quello. Ma questa volta proviene dalla lettiera, e questa volta non raccoglierai un bel niente. 

È già doloroso vedere sprecato, sul pavimento, il colore della speranza.


C’era un tempo

“C’era un tempo, c’era un tempo…”.
Così prezioso il tempo, così sfuggente. Attimi di superba felicità, ore di incondizionata malinconia, spazzati via dal tempo che scorre e che, beffardo, sta sempre un passo avanti a noi. Quello che rimane sono soltanto i ricordi che ci compongono, tassello dopo tassello, sangue e lacrime, luce e sorrisi.
Chi si perde nelle pieghe del mondo, chi si ferma a guardare i vicoli più bui e nascosti, chi si affaccia a osservare l’abisso di se stesso, sa che è una percezione fallace l’idea che ci sia sempre tempo. Ma la consapevolezza non basta a chi non riesce a goderne davvero.
E allora dimmi, se il tempo fugge, noi dove andiamo? Stretti tra un passato che ci guarda con aria indignata, un futuro dall’aria ironica, e il presente che è qui, adesso, ma si perde nei risvolti delle giornate?
C’era un tempo, c’era un tempo in cui pensavamo di avere tutto il tempo dalla nostra parte, per sempre.
“C’è un tempo per ogni cosa”, “Tu sei nel tuo tempo”, “Sei tu il tuo tempo migliore”. Ma nessuno dice che non tutti riescono a godere di questo tiranno che, saltellante nella sua pomposità, ridacchia di chi è stanco di contare tutte le volte che il traguardo lo raggiunge per poi accorgersi di avere tagliato solo un altro filo di Arianna. E allora via, a rincorrere il tempo, i traguardi, i fili, i riflessi, noi stessi.
Tu sei il tuo tempo, e del tuo tempo padrone ma anche schiavo.
Nessuno può salvarsi dal suo tempo, e quella che ti sembrerà salvezza assomiglierà terribilmente a una resa.

(Riflessioni a caso scaturite dalla lettura di una poesia di Raymond Carver, “Tra i rami”)


Sussulti

La terra sotto la scorza color miele
non smette di tremare.
Il fuoco cova invisibile,
esplodendo alle 6 di mattina sui tuoi occhi.


Memoria

Sai accenderti ancora,
infiammarti nella penombra accogliente
che tutto vela ma nulla nasconde davvero.
Sai bruciare e spegnerti senza ferirti,
senza morire.
Sai risplendere nei riflessi distratti di pareti bianche
nei sorrisi appoggiati su morbidi angoli.
Sai sentire.
Viva.
Sveglia.
È la memoria del tuo corpo che finalmente ricorda.