Monologo

“Ci sono periodi strani. Periodi che non sembrano inglobati dentro questo tempo fittizio, ma staccati e penzolanti. E’ in questi periodi che ci fermiamo a riflettere sulla vita in generale. In realtà a me queste parentesi capitano sempre, la bravura sta nel far finta di nulla. Mi limito a osservare con distacco le giornate, sentendomi quasi un pupazzo mosso da fili invisibili. Mi alzo dal letto sottomessa a un ordine psichico categorico, cammino per inerzia, mi alieno per non pensare. L’insensatezza della vita quotidiana diventa un peso che non riesco a sopportare. I dubbi si fanno mattoni, i sensi di colpa aculei graffianti. L’incapacità di non saper cambiare la situazione è intollerabile. Tutto questo è alquanto triste. In realtà non mi dovrebbero concedere un piagnisteo per questa insipida esistenza che è la mia vita, quando c’è chi possiede solo se stesso e forse nemmeno. Eppure la mia condizione è talmente squallida da non disporre della forza indispensabile per una svolta concreta. Mi rivedo sempre più nel personaggio di Pascal, o meglio, nella maschera nuda di Pirandello: vedere le contraddizioni della società ma non avere la forza o le capacità di azzerarle. I continui turpiloqui con la mia mente mi rendono chiaro che non è leale crugiolarsi in questa condizione, e il senso di colpa che ne scaturisce è uno dei motivi per cui non riesco a sopportare il mio riflesso su uno specchio. Ho provato spesso a spiegarlo con le parole ma non ho mai avuto successi considerevoli. E’ come un veleno continuo che intacca le membra e le imbeve di dolore, un dolore sottile e terribilmente lento. Ti ferisce a poco a poco. Nessuna parola se non “veleno” esprime al meglio quell’umore così nero che ha trovato tana dentro me. Ho parlato di insensatezza della vita quotidiana e di incapacità nel cambiare tutto questo, ma ho tralasciato di esprimere un altro tipo di esistenza futile, che è la mia. Mi vedo senza volto, senza corpo, senza cuore. Per le strade buie cammina un’ombra, cammino io.” (P. E)

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