Scrivere.

Non possiamo più pensare liberamente.

Se ci fermiamo a riflettere sulle sfaccettature della luce e del buio, sulle ombre del sole, sui lati oscuri della luna, allora siamo pensatori falliti che si piangono addosso. Se osiamo scrivere ciò che passa per la nostra testa, o semplicemente facciamo presente un’osservazione che in quel momento ci ha illuminato, allora siamo da ricoverare, dobbiamo stare in silenzio e scrivere sciocchezze, dobbiamo fare i prepotenti e i forti, così da adeguarci alla massa di passaggio.

Io ho sempre scritto perché mi andava di farlo, perché in quel momento le mie mani sentivano l’ardente bisogno di stare su una tastiera o di stringere una penna, perché in quel momento i miei occhi erano avidi di parole nere scritte su fogli bianchi. Sempre nero su bianco.

A volte si sente una pressione dentro, qualcosa che spinge, bussa, urla, qualcosa che desidera uscire come getto d’inchiostro. Spesso il labirinto che ognuno ha dentro è talmente intricato da non permettere a quel getto di uscire fluidamente. Schizzi qua e là riempiono il bianco, ma l’insoddisfazione di sentire tutto dentro permane. Eppure quando scrivo sto bene. E’ un continuo parlare con me stessa, ma in silenzio e con calma. Scrivo, e mentre lo faccio scavo leggermente dentro me, senza furia, senza violenza. Con delicatezza accarezzo qualcosa che di solito scappa e fugge. Per poco tempo acquisto la sua fiducia e mi godo brevi minuti di intima amicizia. E per pochi attimi la calma si impossessa di me.

Ma in quei momenti continuo ad ignorare il motivo che spinge la gente a criticare il tuo breve operato. Ignoro la cattiveria che spinge la gente a sentirsi in dovere di porre il suo punto e la sua virgola. Non siamo mai liberi dagli sguardi degli altri, dalla voce del potere, e, soprattutto, dalle critiche di chi ci osserva. Subentrerebbe l’adeguarsi a ciò che sta bene agli altri? Magari in un’altra dimensione.

Scrivo per condividere.

Scrivo perché mi fa stare bene.

Scrivo per illuminarmi e illuminare con umiltà.

Scrivo dopo un’osservazione.

Scrivo perché amo giocare con le parole.

Scrivo, punto.

E me ne frego degli altri.

 

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