Archivi del mese: agosto 2011

Una possibilità dentro un sogno.

Ci sono mattine strane, mattine con un sogno ancora stretto tra gli occhi e una speranza stretta tra le pareti del cuore. C’è un profumo nuovo e una sensazione nostalgica. Dura poco, solo il tempo di risvegliarsi da quel torpore e rendersi conto che era un sogno, un illusione. Pochi attimi, ma per niente poveri. Una miriade di sensazioni e pensieri, squarci di sogno e immagini fisse risalgono agli occhi che, chiusi, non permettono a niente di uscire e morire alla luce del sole. Stordito il corpo, sorpresa la mente, che pensa, ripensa, e sente. Una speranza, un sorriso. Tra le mani percepisce un oggetto per potersi riscattare, quella famosa gomma che cancella gli errori. Una possibilità dentro un sogno. Rammento parole, periodi. Stessi luogi di adesso, anime cupe in egual modo, e frasi dette per sollevarle, per innalzarle a qualcosa di più puro. C’erano litigi, e poi la pace, sorrisi e poi promesse. C’era quella voglia di sentirsi parte di qualcosa che comprendeva due mondi diversi, il mio e il suo. C’era qualcosa che cambiava, un affetto sempre più grande, una rabbia sempre crescente per essere lontani, e la paura della verità, la verità del cuore e dello stomaco in subbuglio. E poi giorni veloci, così veloci da togliere il fiato. C’era la luna dentro una notte fresca, c’era il mare agitato come la nostra mente confusa. C’era l’illusione del controllo e gli sguardi fuori programma. Ma tutto finisce. Ci sono volte che non controlli, sei tu contro qualcosa di più grande. Ci sono state parole dure, taglienti, che fanno male. Altri litigi, nessuna pace. Ci sono stati gli addii, bruschi e veloci. E poi ci fu un ritorno, illusione anche questa. Finì presto, così come era iniziato. Errore su errore.
Gli occhi si aprono, il sole fuori aspetta. Rimane amarezza, delusione, e la mano non stringe nessuna gomma, solo una punta del cuscino. Gli errori sono errori, rimangono dove stanno. Sono ferite che non si rimarginano, puoi nasconderle con un po’ di trucco, ma sono lì, presenti.
C’era una volta qualcuno come me, ma diverso da me. C’è un pensiero che si chiede quando finirà il dolore dell’impotenza. Sa bene che ciò che fa male è la consapevolezza di aver commesso un errore, ma non aver trovato rimedio adatto.
Troppo grande è l’istinto che si seguì allora, e, forse, si stava andando contro il destino, se davvero esiste. E, forse, contro il destino non si può andare, a volte per fortuna direi.

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Un granello di polvere sopra una trottola.

Ci sono sogni che non appartengono a noi. Ci sono momenti magici che sedimentano dentro i ricordi. E poi ci sono solo loro, quegli attimi di buio intenso e malessere profondo. Dovrei smetterla, dovrei smetterla. Ma non riesco a trovare un modo, uno solo, per guardare in faccia il sole e sorridere con la mente leggera. Spesso mi sento aggrappata con i denti a un filo sottile di calma che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro. E ogni tanto lo fa. Ricucirlo è il problema, non spezzarlo.
C’è rumore d’acqua che scorre, tranquilla, fangosa, pesante. Vorrei essere qualunque cosa adesso: una foglia, un insetto, una goccia d’acqua, un granello di polvere, di quello che ti entra dentro l’occhio e per pochi attimi ti fa male, per pochi secondi ti fa sentire vivo, e poi puf, scompare e te ne scordi:

<< Mi è entrato un granello di polvere dentro l’occhio come è successo a te l’altra volta>>.

<< Un granello di polvere a me? Ma quando..?>>

In fondo sarebbe adeguato come ruolo.

Non è facile cambiare se stessi, ancora più difficile è rendersi conto di aver trovato la propria specie di appartenenza e abituarsi all’idea. Ma è così.
Per non parlare di quelle frasi, o affermazioni. Dopo un po’ ci si stanca di esse. È peggio di un film visto e rivisto. E’ come una canzone che gira e rigira in testa e non va via. Quelle frasi ormai sono pugnali. Non c’è callo che possa crescere, non c’è abitudine che possa tenergli testa. Ci credevo, prima. Ci credevo all’indifferenza. Mi illudevo di avere il coltello dalla parte del manico, ma ciò che avevo in mano era solo un bastone uguale da ambo i lati. Sono frasi che continuano a ferirmi, a graffiarmi, a pungermi. Un sorriso, una battuta, e nascondo la mia impotenza. Si, la parola giusta è impotenza. E continua il ciclo di ogni giorno, dimentico, cerco di cambiare, e poi di nuovo il declino, il ritorno alla propria “terra”, alla propria specie. Non finirà mai. Mi sento come una trottola che gira sempre su se stessa, una trottola che prima o poi mollerà tutto, filo e padrone, e ruoterà per i fatti suoi, lontano, per sempre, o forse si fermerà rifiutandosi di girare per l’eternità.