Archivi del mese: settembre 2013

La cerbiatta e il lupo: incontro in un’altra vita.

Correva veloce come il vento. Schivava ogni arbusto, ogni tronco. Saltava di sasso in sasso, con gli zoccoli che bruciavano di eccitazione per l’ebbrezza della corsa. Sentiva l’odore del nemico nell’aria, il suo ululato feroce permeava il bosco. Era piccola, ma ancora per poco. Tra qualche mese avrebbe lasciato la fase da cerbiatta per diventare una cerva vigorosa. Ma già correva come nessuno nel branco, e credeva di essere nata solo per quello: correre come il vento. Faceva branco da sé, dopo la morte della madre si era allontanata dai compagni, e da mesi ormai sentiva l’odore dell’unico nemico capace di raggiungerla, il lupo. L’aveva visto correre, aveva ammirato i suoi muscoli in contrazione, il suo pelo grigio e marrone lisciato dal vento, i suoi occhi enormi e neri, profondi come il burrone vicino cui era nata. Due giorni prima, durante una delle sue solite corse, aveva dimenticato il pericolo, piccola e ingenua com’era, e si era trovata di fronte quel lupo. Si era fermata impaurita, immobile, studiando le sue mosse. Sapeva che con un salto avrebbe potuto raggiungerla, ma anche lei, se voleva, poteva saltare come non mai e sfuggire alla sua presa. C’era il 50% della possibilità per entrambi. Invece, stranamente, il lupo la fissò a lungo, annusando l’aria, occhi negli occhi. La cerbiatta sentì il suo sguardo posarsi su ogni parte del suo corpo, e infine adagiarsi con delicatezza sui suoi occhi. L’aria era carica di tensione, ma stranamente non preannunciava un imminente pericolo. Il lupo si voltò e corse via, lasciandola perplessa a guardare lo spazio poco prima occupato dalla sua enorme massa. Corse anche lei, veloce, dalla parte opposta, annusando l’aria, tastando il terreno, correva per liberare la mente e pensare. Alla fine, arrivò alla conclusione che il lupo voleva solo trarla in inganno, facendole credere di non costituire un vero pericolo. Si convinse così e non ci pensò più. Ma nei giorni successivi non sentì più l’odore del nemico nell’aria, e decisa a non abbassare la guardia tenne sempre tutti i sensi all’erta. Ma correre, no, a quello non rinunciava. Il branco ormai era un ricordo lontano, il bosco era l’unico amico. Correva annusando l’odore dell’acqua nell’aria, scelse un riparo e riposò, mentre la pioggia fuori cadeva, leggera, come la pioggia del giorno della sua prima corsa sola. Uscì fuori dalla tana e iniziò a correre sotto la pioggia, schizzando acqua da tutte le parti, uscendo la lingua per sentirne il sapore, arruffandosi il pelo e sentendosi libera come non mai. L’odore della pioggia camuffa gli odori, e non sentì dietro di lei il cacciatore che la spiava. Egli, dopo le prime gocce, stava per rinunciare e tornare a casa, quando la vide correre e saltare. Puntò il fucile. La cerbiatta continuò a girare intorno, saltando ogni sasso, lanciandosi dall’alto per sentire il rumore degli zoccoli sulla terra bagnata, quando si accorse del lupo tra i cespugli. Egli la guardò, di nuovo e a lungo, e con uno scatto improvviso corse verso di lei, che stupita rimase immobile. Ormai erano vicini, muso a muso, poteva contarne i baffi e osservare lo sguardo di odio. Ma il lupo la saltò dirigendosi verso l’uomo con il fucile, che spaventato dall’inaspettato colpo basso sparò e scappò via. La cerbiatta guardò la scena ancora immobile, non capiva, o forse si. Il lupo, assicuratosi che il pericolo fosse finito, si voltò verso di lei, la guardò, e dopo un inchino e un sorriso si accasciò a terra, ferito dal proiettile. Lei si avvicinò, si sdraiò accanto al suo corpo ancora caldo annusando a pieni polmoni il suo odore, ricordando chi fosse colui che credeva il nemico. La notte scendeva, e il cielo, quello stesso cielo che in un’altra vita aveva accolto il suo salvatore, iniziava a brillare di stelle.

Annunci

L’umanità è nella pioggia.

goccia La pioggia era finita. Il suo dolce suono aveva risvegliato in lei la voglia di correre sotto la pioggia. Ma non l’aveva fatto. Era rimasta a guardarla dalla finestra, sentendone l’odore ovattato. Con una coperta sulle spalle e i piedi nudi osservava le pozzanghere percosse da brillanti scintille di acqua, e i tuoni in lontananza erano urli di dolore del mondo intero. Camminava avanti e indietro, si sedeva, poi si sdraiava, prendeva un libro, ma lo sguardo non scivolava da una parola all’altra. Immobile solo il corpo, la mente viaggiava, immaginandosi un uccello sotto la tempesta, un cavallo in corsa verso il nulla, un ombrello rosso e nero abbandonato su una panca, se stessa, distesa a terra, muovere le braccia per disegnare un angelo di fango, e la pioggia ovunque. Agosto, mese di pioggia. Pioggia uno, sole zero. Palesemente sconfitto. Settembre aveva dato inizio a balli di gocce infiniti. Da mesi ormai la pioggia aveva assunto un altro significato. Sin da piccola voleva dire calore, nostalgia, intimità, marinare la scuola, un plaid e un letto, un libro, un film, due braccia in cui accoccolarsi. Il mondo fuori poteva anche esplodere, ma dentro sentiva sicurezza, tanta sicurezza. Adesso, da un anno circa, la pioggia era fuoco che cadeva, fuoco che si trasformava in neve, e poi di nuovo in fuoco. Bruciava il cuore, e raggelava la pelle. La pioggia era diventata l’ansia di un esame, l’ansia della gente. La sicurezza che riesce a crearsi in casa ti trasforma in un misantropo. Lasciare quel caldo ventre diventa una lotta con se stessi. La pioggia era diventata cioccolata, calda. La pioggia era il freddo che ti riscalda, paradossalmente. La pioggia era dolore, disciolto in lacrime cadenti. Dolore che, come ogni brutto sapore annacquato perde la sua durezza, nella pioggia diventava più sopportabile. A volte. Altre volte arrivava dritto al cuore come se sapesse da sempre la strada. La pioggia diventava un letto da condividere, un corpo da stringere e non lasciare andare. Era una frase detta piano, un invito a non scappare. Quale giorno migliore per riscaldarsi, quello della pioggia? La pioggia diveniva anche voglia di ricominciare. L’ansia di aspettare il sole, e lanciarsi fuori a respirare. Ma capiva che la pioggia in realtà era lei. Ognuno di noi è nella pioggia, non solo Dio. L’umanità è nella pioggia. E ogni volta, da camaleonte, la pioggia si trasformava anche in lei trasportando di goccia in goccia una parte del suo cuore, del suo animo, dei suoi pensieri. Era ansia, quando aveva ansia. Era amore, se provava amore. Era tristezza, se nel suo cuore tutto urlava tristezza. Ma capiva anche che qualcosa di immutabile costituiva la struttura di ogni goccia. Qualcosa che non andava perdendosi nonostante le trasformazioni soggettive. Capiva, dopo ogni pioggia, che la sua essenza propria era calore. C’era tanta tristezza quanto ce ne fosse nel suo cuore, ma nel fondo di ogni goccia risiedeva una fiamma minuscola. Pioggia di fiamme, ecco cos’era.
La pioggia iniziava a cadere di nuovo. Non era uscita fuori prima, perché avrebbe dovuto farlo adesso? Si ritrovò a chiedersi perché non l’aveva fatto, e si rispose con la parola “abitudine”. La gente è abituata a stare a casa quando piove. Cosa dicevano, in fondo, i genitori ogni volta? “Non uscire!”. Ecco cosa dicevano. “Ti prendi un malanno!”, aggiungevano. No, non era per nulla consuetudine. Ma il richiamo della pioggia iniziava a farsi insistente adesso. Era una cantilena, un rumore bianco che dava tranquillità. Era la promessa che lì sarebbe andato tutto bene. Lasciò cadere il plaid sul letto, mise le scarpe e corse fuori. Si fermò in uno spiazzale lontano dagli alberi con la faccia rivolta al cielo. Rimase per qualche secondo ferma, poi iniziò a correre, testando la resistenza del suo breve allenamento precedente. L’acqua schizzava a terra, l’aria era fresca e le narici bruciavano. Ma ogni piccola parte del paesaggio sembrava essere immersa in un clima fiabesco e immacolato. Il tempo era fermo, ma lei no. E correva, e ogni cosa correva insieme a lei. La solitudine era nell’aria poiché persino gli animali stavano nascosti aspettando la fine della pioggia. Correva, e inconsapevolmente sorrideva. Percepiva ogni piccola goccia sulla sua pelle, fredda, terribilmente vera. Dicono che in certi momenti riesci a cogliere i fili di te stessa. E in ogni goccia, lo sentiva, c’era lei. E c’era anche una voce, che instancabilmente la incitava a non arrendersi mai. Correva, ma era stanca ormai e ,alla fine, per riprendere fiato, si sdraiò a terra a contemplare la pioggia, sognando di trovare, se davvero esisteva, il posto giusto per lei, il posto da chiamare “casa” e in cui guardarsi senza tristezza e rancore allo specchio. Si sdraiò con il tumulto nel cuore, e con la speranza di ritrovarsi dentro quelle gocce.