La cerbiatta e il lupo: incontro in un’altra vita.

Correva veloce come il vento. Schivava ogni arbusto, ogni tronco. Saltava di sasso in sasso, con gli zoccoli che bruciavano di eccitazione per l’ebbrezza della corsa. Sentiva l’odore del nemico nell’aria, il suo ululato feroce permeava il bosco. Era piccola, ma ancora per poco. Tra qualche mese avrebbe lasciato la fase da cerbiatta per diventare una cerva vigorosa. Ma già correva come nessuno nel branco, e credeva di essere nata solo per quello: correre come il vento. Faceva branco da sé, dopo la morte della madre si era allontanata dai compagni, e da mesi ormai sentiva l’odore dell’unico nemico capace di raggiungerla, il lupo. L’aveva visto correre, aveva ammirato i suoi muscoli in contrazione, il suo pelo grigio e marrone lisciato dal vento, i suoi occhi enormi e neri, profondi come il burrone vicino cui era nata. Due giorni prima, durante una delle sue solite corse, aveva dimenticato il pericolo, piccola e ingenua com’era, e si era trovata di fronte quel lupo. Si era fermata impaurita, immobile, studiando le sue mosse. Sapeva che con un salto avrebbe potuto raggiungerla, ma anche lei, se voleva, poteva saltare come non mai e sfuggire alla sua presa. C’era il 50% della possibilità per entrambi. Invece, stranamente, il lupo la fissò a lungo, annusando l’aria, occhi negli occhi. La cerbiatta sentì il suo sguardo posarsi su ogni parte del suo corpo, e infine adagiarsi con delicatezza sui suoi occhi. L’aria era carica di tensione, ma stranamente non preannunciava un imminente pericolo. Il lupo si voltò e corse via, lasciandola perplessa a guardare lo spazio poco prima occupato dalla sua enorme massa. Corse anche lei, veloce, dalla parte opposta, annusando l’aria, tastando il terreno, correva per liberare la mente e pensare. Alla fine, arrivò alla conclusione che il lupo voleva solo trarla in inganno, facendole credere di non costituire un vero pericolo. Si convinse così e non ci pensò più. Ma nei giorni successivi non sentì più l’odore del nemico nell’aria, e decisa a non abbassare la guardia tenne sempre tutti i sensi all’erta. Ma correre, no, a quello non rinunciava. Il branco ormai era un ricordo lontano, il bosco era l’unico amico. Correva annusando l’odore dell’acqua nell’aria, scelse un riparo e riposò, mentre la pioggia fuori cadeva, leggera, come la pioggia del giorno della sua prima corsa sola. Uscì fuori dalla tana e iniziò a correre sotto la pioggia, schizzando acqua da tutte le parti, uscendo la lingua per sentirne il sapore, arruffandosi il pelo e sentendosi libera come non mai. L’odore della pioggia camuffa gli odori, e non sentì dietro di lei il cacciatore che la spiava. Egli, dopo le prime gocce, stava per rinunciare e tornare a casa, quando la vide correre e saltare. Puntò il fucile. La cerbiatta continuò a girare intorno, saltando ogni sasso, lanciandosi dall’alto per sentire il rumore degli zoccoli sulla terra bagnata, quando si accorse del lupo tra i cespugli. Egli la guardò, di nuovo e a lungo, e con uno scatto improvviso corse verso di lei, che stupita rimase immobile. Ormai erano vicini, muso a muso, poteva contarne i baffi e osservare lo sguardo di odio. Ma il lupo la saltò dirigendosi verso l’uomo con il fucile, che spaventato dall’inaspettato colpo basso sparò e scappò via. La cerbiatta guardò la scena ancora immobile, non capiva, o forse si. Il lupo, assicuratosi che il pericolo fosse finito, si voltò verso di lei, la guardò, e dopo un inchino e un sorriso si accasciò a terra, ferito dal proiettile. Lei si avvicinò, si sdraiò accanto al suo corpo ancora caldo annusando a pieni polmoni il suo odore, ricordando chi fosse colui che credeva il nemico. La notte scendeva, e il cielo, quello stesso cielo che in un’altra vita aveva accolto il suo salvatore, iniziava a brillare di stelle.

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