Archivi del mese: aprile 2014

“Alla stazione in una mattina d’autunno.”

Alla stazione in una mattina d’autunno, sei andato via.  Non c’era il sole, non c’erano nuvole, non c’era nebbia, né pioggia. Non c’era niente, a mio parere. Solo il tuo volto perso in quello di altri, di altre, di nessuno. In una mano una valigia, nell’altra una piccola mano stringeva la tua. Il treno fischiava. Le mie orecchie pure. Ti sei girato un attimo, a guardare indietro, a scrutare i passanti che in direzioni contrarie si scontravano e si evitavano. Cosa cercavi? Ti sei fermato pochi secondi, secondi che mi sono sembrati eterni. Sono qui, ma non mi vedi. La piccola mano tira, vuole vedere il treno da vicino. Ti giri, inizi a camminare. Sono qui, ma non mi vedi, nascosta dietro il vetro della biglietteria, troppo sporco per permettere al mio sguardo di richiamare il tuo. Ti fermi di nuovo, appoggi la valigia a terra, controlli le tasche. Ti abbassi verso quella strana creaturina che ti guarda come la guardi tu. Dici qualcosa. La testolina fa no. Ricontrolli le tasche. Guardi a terra. Ti sposti di lato per non intralciare i passanti e apri la valigia. Controlli dentro. Hai lo sguardo turbato, sei accigliato, non ti piace quando qualcosa sfugge al tuo controllo, soprattutto qualcosa che avevi progettato e che doveva andare come nei piani. Nel frattempo io osservavo tutto questo come se fossero le ultima geste di un condannato a morte, che voglio imprimere nella mia memoria, e non dimenticare più. Presa, talmente presa da non intuire che non trovavi il biglietto, e che potevi venire lì. Spalancai gli occhi improvvisamente. Ma i miei piedi erano ancorati a terra, fermi nella loro decisione che quello era il loro posto. E adesso? Improvvisamente ti vidi cercare nella tasca interna del cappotto e… lì c’erano i biglietti. Sorrisi. Potevo osservarti ancora senza fuggire via. Potevo ripassare la linea della mia matita sul tuo viso, sul tuo sorriso, sui tuoi occhi, sulle tue parole che non sentivo ma che potevo vedere. Potevo farmi ancora male, lo sapevo. La voglia di stringerti era talmente forte, la paura di non vederti più era come una voragine che si apriva ai miei piedi. Ma il mio ordine personale era stato chiaro e categorico: nessun contatto. La piccola creatura adesso guardava impressionata la ferraglia rumorosa. Quel “mostro alato” che ti avrebbe portato via. E tu…tu continuavi a guardarti attorno. Chi cercavi? Me lo chiedevo. Incosciamente, egoisticamente, stupidamente, immaginavo che cercassi me. Ma il sentimentalismo veniva strattonato dal razionalismo. Troppi anni erano passati,  troppi sguardi silenziosi e sorrisi lontani. Saluti veloci, ciao improvvisi, silenzi. Ancora silenzi. E cambiamenti. Troppi forse. Sono qui, ma non mi vedi. La vita, la vita. La vita prende pieghe che non ti aspetti. Un giorno sei seduta al bar a leggere il tuo libro preferito, il giorno dopo ti ritrovi con in tasca un’altra laurea. La tua vita sembra andare bene. Qualcuno vuole sposarti. Qualche lavoretto per non pesare troppo su se stessi. E una bella mattina ti alzi e crolla tutto. Le macerie iniziano a stancare. E’ come quando da piccolo giocavi con le costruzioni, ma c’era sempre qualcuno che distruggeva le tue casette, e tu, paziente, componevi di nuovo una casa, magari più bella, a volte più brutta. Ma a lungo andare perdi le forze, il tedio ti assale, recitare sempre le stesse battute porta a diventare insensibili. Il treno fischiava. La partenza era vicina. Mi accorsi che l’idea di vederti scomparire su quel treno mi procurava nausea. Ti osservavo ancora, stavi guardando il cielo. Un po’ incantato, un po’ sorpreso, con quell’aria di chi non ha trovato ancora il suo posto. E parlavi. Forse raccontavi una delle tue solite storie al bambino. Il treno fischiava di nuovo. Era meglio andare. Esco dalla biglietteria. Mi fermo e ti guardo, questa volta senza nessun muro di vetro che mi separi da te. Eri girato. E la gente era tanta. Altri dieci secondi. Dieci come le ore passate a stringerci senza lasciarci. Dieci come gli anni che sono trascorsi. Uno. Pregherò ogni giorno per te. Due. Su quel treno parte anche un pezzo di me. Tre. Guarda il cielo ogni giorno alle ventitrè. Quattro. Non ti dimenticherò mai. Cinque. L’unica cosa che so è che farai grandi cose. Sei. Mi sei mancato dal primo istante. Sette. Mi sei mancato anche quando non ti conoscevo. Otto. Mi mancherai ogni giorno. Nove. Non posso più restare. Dieci. Addio.


Ad alta voce.

La testa esplode, e allora che fai? Due dita nel cuore non bastano a vomitare quello che sentiamo, a volte il dolore cessa solo con l’annullamento di se stessi, o con l’accettazione della realtà. Ma se la prima è complicata e con la seconda non aveva mai avuto successo, allora fissare fuori dalla stanza sembrava il passatempo più entusiasmante di quei giorni. La posizione della finestra la portava a girare la testa verso destra, seduta com’era sulla sedia della scrivania, e avendo davanti a se soltanto un muro arancio, si trovava così a osservare gli alberi dalle possenti e verdi chiome che sussultavano a intermittenza. La pila di libri la guardava minacciosa, le penne erano sparse sul tavolo e le braccia penzolavano lungo la sedia. Studiare o non studiare, pensava mentre continuava a fissare fuori. Ci sono momenti in cui il tempo sembra restringersi attorno alla stanza, e ad un certo punto fermandosi si fa quasi materia, occulta i raggi di sole portando l’olfatto ad assaporare un’aria rarefatta. Portò indietro la testa e chiuse gli occhi: “Sono in mare” pensò “No, sono sulla luna. O luna, dimmi, che fai silenziosa luna?” continuò recitando Leopardi. Il silenzio era tagliente, e la luce iniziava a diventare davvero più debole. Si alzò dalla sedia e appoggiò la fronte alla finestra, osservando i passanti con l’ombrello che…ombrello? Non si era resa conto della pioggia, talmente sottile e delicata da non aver fatto rumore e non aver bagnato i vetri, arrivata come un ladruncolo che vuole sorprenderti, ma provocando più stupore che paura. Una strana frenesia iniziò a prenderle il corpo. In un’altra vita sarà stata sicuramente un terreno arido che freme dal piacere alle prime gocce di pioggia. Uscire o non uscire? Il primo dubbio amletico era stato già dimenticato e, preso l’ombrello, scese in strada tra le gente comune. L’asfalto precedentemente riscaldato dal sole donava all’aria quell’odore che amava tanto, quell’odore indescrivibile di terra calda e bagnata, un odore che sapeva di grembo materno e di tempi atavici ormai dimenticati. Iniziò a sorridere senza accorgersene quando, arrivata all’angolo della strada, un uomo correndo andò a scontrarsi su di lei. L’impatto fu talmente forte da sbatterla contro il muro e farla cadere sull’ombrello che nel frattempo era scivolato a terra. Ovviamente l’ombrello si ruppe. L’uomo per reazione balzò indietro e dopo essersi reso conto dell’accaduto si lanciò verso Ariel che, ancora intontita stava a terra sull’ombrello che paradossalmente doveva stare sopra piuttosto che sotto. L’uomo si scusò ripetutamente aiutandola ad alzarsi, e iniziando a spiegare perché stesse correndo sotto la pioggia.  Ma Ariel non lo ascoltava. Fissava i suoi occhi e la sua bocca chiedendosi dove avesse già visto quell’uomo. I suoi occhi luccicavano, e la sua voce calda e rassicurante assomigliava a una ninna nanna  già sentita. Ascoltando poche parole disconnesse capì che aveva dimenticato l’ombrello in macchina e il computer da lavoro. Faceva l’editore, ed era da poco stato licenziato. Goffamente Ariel gli offrì di prendere il suo di ombrello, ma subito dopo  si ricordò che l’ombrello era ormai rotto. L’uomo sorrise e si presentò. Si chiamava Carl. Sentendosi in colpa chiese ad Ariel di accompagnarlo alla macchina, così da prendere l’ombrello e ripagarla dell’incidente, ma lei rifiutò, era troppo gentile per accettare, e in fondo era stato solo un incidente, niente di più. “Due passi senza ombrello non hanno mai ucciso nessuno” disse sorridendo, e dopo aver salutato Carl continuò a camminare. La pioggia era sottile ma non fastidiosa. Sapeva che si sarebbe bagnata tanto da prendere un malanno, ma era talmente immersa nei suoi pensieri che non ci badò più di tanto. Dove aveva visto quell’uomo? Forse in libreia. Forse all’università. Non ricordava. Eppure la sua voce la conosceva, ne era certa. I capelli iniziavano a diventare umidi e pesanti, e il suo animo invece si alleggeriva. In cuor suo sapeva di dover tornare sui libri. Sapeva che una meta l’attendeva, pur non sentendosi in grado di raggiungerla. Ma le attese degli altri erano tante, e in fondo anche lei una volta aveva sognato grandi cose. Una volta. Tanto tempo fa. Quando sognare ad occhi aperti non faceva male come adesso. Ma quei pensieri per il momento galleggiavano sulle pozzanghere della strada. La pioggia continuava imperterrita il suo percorso quando sentì rumore di passi verso di lei e girandosi vide Carl con un ombrello in mano. Le si avvicinò coprendola, e senza dire nessuna parola continuarono a camminare insieme. Lontano si udivano tuoni, e le nubi coprivano un cielo di zucchero. Il silenzio fu interrotto da Ariel che chiese all’uomo appena conosciuto se frequentasse l’antica libreria del Boheme. L’uomo fece di no con la testa, ma aggiunse che la lettura era l’unico passatempo illusorio che per il momento lo distoglieva dall’insensatezza della vita. E sorrise. Ad un trattò Ariel ricordò. La sua voce era la stessa che udiva al parco vicino la libreria. Quella stessa voce che recitava leggendo passi di libri, e si fermava a riflettervi, per poi riprendere con più vigore. Il parco in realtà era diviso in diverse sezioni da erbe rampicanti su colonne che una volta dovevano essere candide, e in ogni sezione divisa da muri di erba vi erano delle panche. Lei, metodica quale era, si sedeva sempre allo stesso punto, e scommise che anche Carl doveva essere come lei se ogni volta che vi andava sentita come un sussurro quella voce. Non disse nulla, voleva esserne sicura, e salutandosi davanti la libreria non si rividero per settimane.

Finita la stagione delle piogge, Ariel si trovava al parco, con un libro sulle gambe e lo sguardo ad osservare le farfalle che, con i loro richiami d’amore, volteggiavano nell’aria. Sentì improvvisamente quella calda voce. La seguì dietro il muro d’edera, catturando ogni parola e indovinando in quei suoni un passo di Svevo “Che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.” Si avvicinò lentamente e sedendosi vicino a lui disse solo “Io penso di no”. Lui la guardò prima con stupore, poi ridendo. Le porse il libro e prese il suo che iniziò a leggere, ma questa volta in silenzio. Si fermò ad un passo sottolineato e iniziò a recitarlo ad alta voce “Non è il nostro compito quello di avvicinarci, così come non si avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra méta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro e d’imparar a vedere ed a rispettare nell’altro ciò ch’egli è: il nostro opposto e il nostro complemento.” Rimasero lì tutta la mattinata, tra silenzio e discorsi, tra sguardi e sorrisi. Ogni settimana ritornavano in quel punto, con un libro diverso, con nuovi episodi, conoscendosi pian piano, trovando nell’altro un appiglio che potesse portarli fuori da quell’aria rarefatta che era diventata la loro vita. E quando arrivava l’ora di lasciarsi, qualcosa dentro di loro  recitava “Mai più!” diceva imperiosa la sua volontà. “Domani ancora!” supplicava il cuore singhiozzante. “ E le stagioni delle piogge si susseguivano.