“Alla stazione in una mattina d’autunno.”

Alla stazione in una mattina d’autunno, sei andato via.  Non c’era il sole, non c’erano nuvole, non c’era nebbia, né pioggia. Non c’era niente, a mio parere. Solo il tuo volto perso in quello di altri, di altre, di nessuno. In una mano una valigia, nell’altra una piccola mano stringeva la tua. Il treno fischiava. Le mie orecchie pure. Ti sei girato un attimo, a guardare indietro, a scrutare i passanti che in direzioni contrarie si scontravano e si evitavano. Cosa cercavi? Ti sei fermato pochi secondi, secondi che mi sono sembrati eterni. Sono qui, ma non mi vedi. La piccola mano tira, vuole vedere il treno da vicino. Ti giri, inizi a camminare. Sono qui, ma non mi vedi, nascosta dietro il vetro della biglietteria, troppo sporco per permettere al mio sguardo di richiamare il tuo. Ti fermi di nuovo, appoggi la valigia a terra, controlli le tasche. Ti abbassi verso quella strana creaturina che ti guarda come la guardi tu. Dici qualcosa. La testolina fa no. Ricontrolli le tasche. Guardi a terra. Ti sposti di lato per non intralciare i passanti e apri la valigia. Controlli dentro. Hai lo sguardo turbato, sei accigliato, non ti piace quando qualcosa sfugge al tuo controllo, soprattutto qualcosa che avevi progettato e che doveva andare come nei piani. Nel frattempo io osservavo tutto questo come se fossero le ultima geste di un condannato a morte, che voglio imprimere nella mia memoria, e non dimenticare più. Presa, talmente presa da non intuire che non trovavi il biglietto, e che potevi venire lì. Spalancai gli occhi improvvisamente. Ma i miei piedi erano ancorati a terra, fermi nella loro decisione che quello era il loro posto. E adesso? Improvvisamente ti vidi cercare nella tasca interna del cappotto e… lì c’erano i biglietti. Sorrisi. Potevo osservarti ancora senza fuggire via. Potevo ripassare la linea della mia matita sul tuo viso, sul tuo sorriso, sui tuoi occhi, sulle tue parole che non sentivo ma che potevo vedere. Potevo farmi ancora male, lo sapevo. La voglia di stringerti era talmente forte, la paura di non vederti più era come una voragine che si apriva ai miei piedi. Ma il mio ordine personale era stato chiaro e categorico: nessun contatto. La piccola creatura adesso guardava impressionata la ferraglia rumorosa. Quel “mostro alato” che ti avrebbe portato via. E tu…tu continuavi a guardarti attorno. Chi cercavi? Me lo chiedevo. Incosciamente, egoisticamente, stupidamente, immaginavo che cercassi me. Ma il sentimentalismo veniva strattonato dal razionalismo. Troppi anni erano passati,  troppi sguardi silenziosi e sorrisi lontani. Saluti veloci, ciao improvvisi, silenzi. Ancora silenzi. E cambiamenti. Troppi forse. Sono qui, ma non mi vedi. La vita, la vita. La vita prende pieghe che non ti aspetti. Un giorno sei seduta al bar a leggere il tuo libro preferito, il giorno dopo ti ritrovi con in tasca un’altra laurea. La tua vita sembra andare bene. Qualcuno vuole sposarti. Qualche lavoretto per non pesare troppo su se stessi. E una bella mattina ti alzi e crolla tutto. Le macerie iniziano a stancare. E’ come quando da piccolo giocavi con le costruzioni, ma c’era sempre qualcuno che distruggeva le tue casette, e tu, paziente, componevi di nuovo una casa, magari più bella, a volte più brutta. Ma a lungo andare perdi le forze, il tedio ti assale, recitare sempre le stesse battute porta a diventare insensibili. Il treno fischiava. La partenza era vicina. Mi accorsi che l’idea di vederti scomparire su quel treno mi procurava nausea. Ti osservavo ancora, stavi guardando il cielo. Un po’ incantato, un po’ sorpreso, con quell’aria di chi non ha trovato ancora il suo posto. E parlavi. Forse raccontavi una delle tue solite storie al bambino. Il treno fischiava di nuovo. Era meglio andare. Esco dalla biglietteria. Mi fermo e ti guardo, questa volta senza nessun muro di vetro che mi separi da te. Eri girato. E la gente era tanta. Altri dieci secondi. Dieci come le ore passate a stringerci senza lasciarci. Dieci come gli anni che sono trascorsi. Uno. Pregherò ogni giorno per te. Due. Su quel treno parte anche un pezzo di me. Tre. Guarda il cielo ogni giorno alle ventitrè. Quattro. Non ti dimenticherò mai. Cinque. L’unica cosa che so è che farai grandi cose. Sei. Mi sei mancato dal primo istante. Sette. Mi sei mancato anche quando non ti conoscevo. Otto. Mi mancherai ogni giorno. Nove. Non posso più restare. Dieci. Addio.

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