Archivi del mese: luglio 2014

Farneticare come in una canzone.

Avevi bisogno soltanto di qualcosa che ti riempisse un vuoto, una distanza, un incrocio di sguardi e di cuori non avvenuto per 10 secondi di ritardo. Le mani te le hanno concesse per scrivere, per mangiare, non per stringere altre mani. Le parole, usate solo come scuse, come addii, come scudi e protezioni, non per rassicurare, per riscaldare. Parole, sono quelle che mancano spesso. Al loro posto ti vorresti gridare. Cosa grida una parola?

Vorresti scappare. Dove andiamo? Hai lasciato i tuoi bagagli in giro per le strade. Ci sono pezzi di te in giro per le città. Non puoi andare, non sei intera. Ma non puoi restare. Il vuoto non riempito, quelle distanze non accorciate, e quel freddo micidiale ti intorpidiscono le membra. Moriresti, se non fosse per quella lucciola verde che scivola accanto al tuo orecchio.

Guardi i puzzle appesi ai muri e guardi te allo specchio.

Guardi i puzzle dentro le cornici e guardi te dentro uno specchio.

Guardi i puzzle dentro casa tua e guardi te che non hai un posto dove respirare.

E vuoi scappare. Ma non hai una casa dove andare, dove sorridere senza pensare. Dove tu non sei più il personaggio sbagliato in un libro di storie in cui ognuna vale qualcosa.

Voglio scappare. O soltanto camminare ancora un po’ senza fermarmi.

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Frammenti di un Addio.

[…]
Più non si incanteranno i miei occhi nei tuoi,
più non si addolcirà vicino a te il mio dolore.
Ma dovunque andrò porterò il tuo sguardo
e dove andrai porterai il mio dolore.
Fui tuo, fosti mia. Cos’ altro? Insieme facemmo
un angolo di strada dove l’amore passò.
Fui tuo, fosti mia. Tu sarai di colui che t’amerà,
di colui che taglierà nel tuo orto ciò che io ho seminato.
Me ne vado. Son triste: ma sempre sono triste.
Vengo dalle tue braccia. Non so dove vado.
Dal tuo cuore mi dice addio un bimbo.
Ed io gli dico addio.

 

Pablo Neruda, Farewell