Archivi del mese: settembre 2014

Sopravviverò.

Non c’è un inizio, dentro questo cuore malato. C’è un’alba ogni giorno, lo so. Ma perché i miei occhi riescono a vedere soltanto gli angoli nascosti alla luce? C’è un tramonto ogni sera, oh, lo vedo. Ma la speranza di un giorno nuovo non è di mia proprietà. C’è il buio maledetto, come te che non vai via. Bruciare tutto non serve, se le ceneri compongono il tuo volto.

Ogni nota racconta di noi. Dammi tre parole, e racconto di noi. Dammi qualche dettaglio  e compongo un ricordo, che sa sempre di noi.

So che sapore ha il nulla. So cosa vuol dire non stringere niente quando tutto sta crollando. So che sono viva anche se non ne ho la certezza. So anche questo. So di un ricordo che è diventato vetro, so che hai il sapore dei giochi di bambina, il calore di una capanna improvvisata. Hai l’odore di un the comprato lontano, Il colore del grano alle prime luci dell’alba. Hai la forma di migliaia di gocce che ballando si scompongono per ritornare a riabbracciarsi. So che sei già il tempo perso per strada, calpestato da chi incespica e cade. Ma non so il domani, non so il più tardi. Non so che colore hanno i miei occhi al sole. Non so l’odore della ginestra che cade. Non so chi sono stata davvero, ne chi sarò mai. E nemmeno chi sarai tu. Ma so che sopravviverò, per me. Questo lo so.


Settembre, sempre.

Decadenza.

E’ il sentimento di un settembre nascosto dal mondo. Il tuo corpo, mosaico di cellule, ha utilizzato una colla troppo scadente per mantenere l’illusione di compattezza ancora a lungo. Perdi pezzi, ogni giorno. E questa volta puoi sentirlo. La tua immagine allo specchio non è più quella di ieri. Ma è esistito davvero un giorno chiamato ieri? Crepe allo specchio. Crepe sul tuo viso. Buchi neri fissano il riflesso che non sembra più appartenerti.

 Rovine.

Sono l’elogio alla maestosità, al ricordo, al coraggio. Tu cosa sei? Nessuna poesia tesse un elogio al rottame che sei diventato. Solo un pazzo udirebbe una Musa in una discarica abbandonata.

 Regressione.

Ogni mano che osservo tende in avanti. Allora perché i tuoi piedi marciano indietro? Il tuo viso da bambino stanco si guarda guardarsi. Non è il passato che vuoi, non è il futuro che vedi. È il presente che senti, è il suo odore di andato a male che riempie ogni tuo interstizio libero.

 Ripudio.

Vorresti muoverti ma non puoi. No. Potresti muoverti ma non vuoi. Troppo vecchie le tue gambe. Troppo stanchi i tuoi sogni. Non sai più camminare. Non osi più mostrarti al sole perché temi di essere troppo buio per lui.

È vergogna quella che tieni stretta tra le mani?


Incespicare farfugliando.

Pugni contro un muro,

contro la luce di questa stanza buia.

Libri sparsi a terra senza un disordine coerente.

 

Siamo quello che resta dei nostri corpi spezzati,

dei nostri sguardi non incrociati,

delle nostre mani solitarie.

Siamo il sangue che scorre nelle vene,

e che fermandosi raggela il respiro.

 

Tu sei sempre tu,

ma io non riesco ad essere più io.

E’ la testa che cade tra due braccia che sento estranee.

 

Sei una musica che non sento,

uno sferragliare di metallo.

E’ il suono di un ingranaggio bloccato,

inceppato come questo cuore che non sa più come gridare.

 

C’è un’armonia che non riconosco,

confusa tra le fronde di un ulivo aspro.

E’ un uccello che canta

prima di cadere preda di un cacciatore.

 

Sei la mia speranza svanita,

il nero dei miei occhi dai mille colori.

 

Sono il coraggio che manca.

 

Un passo ancora ed è finito il mondo.

Un passo ancora da questo sangue testardo

che mi trattiene in un limbo pericoloso.

Un passo ancora.

E mi libero di te.