Archivi del mese: dicembre 2014

Lettera a O.

Carissimo O.

è tutto così difficile, non è vero? Oh si, guarda come soffri, guarda come ti lamenti della tua nuova vita, dei tuoi nuovi amici, della tua nuova ragazza. Come sei triste, ragazzo mio. Come è stata dura per te dimenticare, come è ancora dura, lo si vede dal tuo viso, dai tuoi sorrisi forzati, dalle tue rughe felici. Oh piccola creatura indifesa, come è complicato essere amati ed amare, non è vero? Come pesano quelle braccia che cingono la sua schiena, come pesa il mondo sulle tue solitarie spalle! Non oso immaginare quanto sia difficile uscire ogni sera e presentarsi ad ogni divertimento, quanto sia arduo svagarsi, no? Già, posso solo immaginarlo io, dentro questa casa da cui scrivo parole umide di pioggia. Ma non demordere, ragazzo. Anche se adesso sei triste come un fringuello a cui hanno aperto la porta della gabbia, e lo si vede dal tuo viso e dai tuoi sorrisi, oh si, non preoccuparti. Andrà sempre meglio. Te lo dice una povera anima che respira appena, che respira aria viziata; che ogni tanto si accorge di essere viva, e non un braccio addormentato nel cuore della notte; te lo dicono questi vecchi occhi che hanno perso la bussola di se stessi e la stanno ancora cercando tra le tue lenzuola; ma che alla fine sperano in un domani migliore perché quello sperato ieri fa un po’ pena.

I tuoi progressi sono comunque ammirevoli, devo ammetterlo. Anzi, direi stupefacenti! Non hai perso nemmeno un’occasione. E, permettimelo, almeno un’occasione la colgo anche io, usando questa ultima lettera dell’anno per dirtelo.

Salutami la città, che in fondo sarà sempre nostra.

Tuo,

E.

P.S. Sono certo che il tuo pensiero mi accompagnerà a lungo, come un talismano, o forse una maledizione. Ma ti ho voluto bene e te ne vorrò sempre nonostante tutto, e il problema, come puoi immaginare, è proprio questo.

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“Come posso guarire se non riesco a sentire il tempo?”*

Capita che alcuni suoni e alcuni odori, Proust ne sa qualcosa, suscitino ricordi e nostalgie passate perché connaturato in noi è un qualche istinto che tende alla conservazione. Siamo animali evoluti, forse, ma schiavi del nostro passato e delle nostre membra che, stanche a loro volta di accumulare sensazioni, vorrebbero la possibilità di un ripristino totale. Ragioniamo per somiglianze, e siamo capaci di percorrere numerosi anni all’indietro in un secondo, se le condizioni sono ottimali. Così ripercorriamo i sentieri dell’infanzia attraverso l’immagine di una stanza vuota e palloncini, o il periodo del primo amore. Se qualcuno nomina un luogo ritorniamo lì con gli stessi bagagli, solo più vecchi; se fuori piove sentiamo un abbraccio che non esiste più. Intessiamo reti in cui perdersi è fin troppo facile, e realizziamo che il tempo passa anche per noi, noi che non sembravamo crescere mai. Ma alcuni ricordi hanno una natura diversa perché instillano in noi una percezione alterata del tempo. Quando questi ricordi mettono radici dentro il nostro presente il tempo sembra scorrere in due modi: “l’adesso” in cui viviamo, e il tempo del ricordo. Quest’ultimo, che cresce anch’esso in orizzontale, si arricchisce di dettagli trasformandosi in una seconda vita che cammina quasi a pari passo con la prima. Così, in ogni respiro, c’è il presente che stiamo vivendo e il ricordo che stiamo cullando, in un tempo totale che sembra confondersi fino a procedere a rilento o addirittura a fermarsi, apparentemente. E una frase diventa l’unico  punto saldo del nostro corpo, la domanda e la risposta del caotico stato d’animo in cui versiamo ormai da mesi: “Come posso guarire se non riesco a sentire il tempo?”*.

*Cit. Memento


Quattro anni fa e un po’

Il mio pensiero, più tuo che mio, vola vagando nella stanza buia della casa.

Come un’ape esploratrice sfreccia di qua e di là, colmando ogni angolo vuoto.

Non sa come uscire, o forse non vuole.

Furiosa è l’ape che non respira aria fresca,

furioso è il pensiero che non riesce a non pensarsi.

Fuori non mi faresti male,

eppure ti ostini a rimanere con me.

2010


Rime di te

Non so quanto sia, in minuti e in secondi intendo,
il tempo che diventa tuo pur essendo mio.
Si frantuma dentro un altro tempo che non difendo
da quando i miei piedi toccano il pavimento con un sordo borbottio,
fino a lasciarlo per ricercare nei sogni un calore che sia tremendo.

Conta un giornata, e dentro questa un’altra ancora,
forse più breve ma che ai dettami del tempo non può scappare,
in cui è concesso invecchiare tra le tue braccia, calda dimora,
in cui il tuo sorriso è intatto e non devo lasciarlo andare.

So che è tempo vano questo in cui mi perdo troppo spesso,
e che la tua ombra si allontana come la musica per i sordi,
ma so che adesso non riesco a trovare nessu altro compromesso,
se non naufragare acerbamente dappresso la furia dei ricordi.


Saluti dal fondo

Guarda un po’

questo strano destino.

Tu a godertela, e io..

E io.

Guarda un po’

questi strani giorni infelici.

Niente sembra mancare, non credi?

C’è il cielo,

l’inverno che tarda ad arrivare,

le stelle se esci fuori a guardare,

la pioggia,

quella vera,

che non sai ascoltare.

Hai il diritto di essere felice,

ma il dovere di non fare male.

Dove ho nascosto la forza,

tu lo ricordi?

Ho conservato diverse parole.

Alcune profetizzavano che sarebbe passata.

Altre assicuravano che era meglio così.

A metà annunciavano che io sono forte,

davvero.

Ho ancora spazio:

tu cosa dici?

Vomiterei chilometri

per sorridere al vento,

romperei finestre

per capire cosa sento,

urlei che non me ne frega niente.

Ma lo sai, a volte  mento.

Si tocca il fondo e poi si risale,

ah già,

ho conservato anche questo.

Ma il cielo dal fondo non è così male.

Puoi entrare e sederti anche tu

un’ultima volta

prima di lasciarti scappare.

Un ultimo abbraccio.

Io non sono ancora pronta ad andare.


Non puoi essere davvero pronto al Natale

Non sempre si è pronti al Natale, quegli occhi disincantati sono caduti tempo fa. Eppure, dentro il tuo animo c’è un bimbo che vorrebbe ancora vedere la neve bianca sui guanti blu, e stupirsi se le lucciole giocano ad afferrarsi.

Afferra il mio cuore e guardaci dentro. Non c’è fuoco che possa scioglierne il ghiaccio.

Vestito di luci e di sorrisi, il Natale, ti fa credere che il mondo fuori sia felice. Ma dentro, dentro il mondo, chi ci guarda?

Un albero può illuminare la stanza, ma i tuoi occhi non riusciranno ad assorbirne la luce.

Non sempre, non adesso, si è pronti al Natale.

Quando il risveglio è difficile, quando il letto è freddo, non si è pronti al Natale.

Quando la strada è chiusa al transito dalle tue macerie, non si è pronti al Natale.

Quando la mancanza è la presenza più forte, non si è pronti al Natale.

Quando i tuoi occhi non sono più verdi, quando sono più umidi.

Quando il tuo animo scricchiola perché arido.

Quando la solitudine ti accarezza le guance pallide.

No, non si può essere pronti al Natale.

Quando smetti di credere al calore dell’inverno è già troppo tardi per difenderti. Gli spiriti degli anni passati hanno ormai costruito dentro te il pallido ricordo di un Natale caldo, luminoso, ma ormai perduto.

E allora lo sai per certo, non puoi essere davvero pronto al Natale.