Dialoghi in sospeso sopra due Tè

<<Non è il mio mondo questo, alcune volte ne ho quasi la certezza>> le parole risuonarono nel silenzio della stanza.

<<Perché dice questo, signor Lock?>> dissi

<<E’ troppo grande per me. Così come la mia immaginazione. In realtà sono io che mi sto stretto, e capisci come un’anima troppo grande dentro un corpo e una mente troppo piccole possa soffrire parecchio. Forse nella vita precedente ero un gigante, chissà..>> sorrise brevemente.

<<Ma lei non crede nella reincarnazione.>>

<< Forse dovrei iniziare. Non mi spiegherei altrimenti cosa ci faccio io dentro me. O qualcuno mi sta punendo o…>> si fermò qualche secondo, si strofinò la fronte e poi riprese <<…devo solo accettare che è così e basta. La povera gente è felice di quello che ha e non si fa domande. Le basta il mondo che la circonda e non sente nessuna tensione verso l’infinito, verso l’orizzonte che si profila lì come il paese della cuccagna. Sa trovare la propria felicità nel focolare della propria casa. Nel giardino davanti casa coglie i frutti più succosi, e nelle strade della città trova le briciole del suo destino. Poi ci sono quelli che non si accontentano del mondo che li circonda, e allora partono, con il corpo, o con la mente. Scoprono mondi nuovi, estinguono la loro continua e interminabile sete alle fonti della conoscenza che incontrano lungo la strada. Inciampano, cadono, ed eccoli ancora lì, presso altre fonti, laghi, mari, meraviglie. Che bellezza.>>

Avrei voluto chiedergli quale delle due parti fosse casa sua, ma non osavo farlo. Nessuna delle due categorie sembrava fatta per lui, eppure avevo l’impressione che se solo lo avessi fatto avrei avuto come risposta una confessione, qualcosa che forse non voleva ammettere nemmeno a se stesso, qualcosa che forse avrebbe scosso anche me. Così aggiunsi solo un sorriso annuendo e rimasi in silenzio. Decisi di fare del tè, fuori la pioggia aveva iniziato la sua danza.

<<Una tazza di tè?>>

<<Ma si, perché no? Il te placa l’anima in subbuglio, a volte>>

Andai in cucina e accesi il bollitore. Aspettai qualche minuto appoggiato al tavolo da pranzo e scrutando ogni tanto di sottecchi la poltrona dove stava silenziosamente seduto. Strofinava il dito sul bracciolo, quasi a voler togliere una macchia, ma in realtà gli occhi erano fissi verso la finestra, persi in chissà quali pensieri.

Fffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff. L’acqua era pronta. Presi il necessario e lo portai in salotto, poggiando il vassoio sul tavolo.

<<Hai mai il desiderio di prendere il cappotto e uscire con l’intenzione di non tornare più?>> mi disse quando arrivai con il tè.

<<Ogni giorno, signor Lock>>

<<Mmh mmh…>> il suo sguardo ridente si fermò su di me deciso <<..e perché non l’hai mai fatto?>>

Al suo posto avrei avuto qualche problema a domandarglielo. Come prima avevo taciuto lasciando cadere il discorso con un tè, allo stesso modo probabilmente avrei lasciato cadere questo. Entravo nell’intimità delle persone con i piedi scalzi, passi piccoli, leggeri, passi che soltanto un uomo cieco e con un buon udito avrebbe percepito. Mi facevo varco poco per volta, e solo se sentivo un debole invito provenire dall’interno. Quella domanda fu il segno che una piccola intimità si era appena aperta, quindi soppesai le parole per non troncare velocemente il discorso, ma alla fine furono solo tre quelle che riuscì a pronunciare all’inizio:

<<Perché ho paura..>> sorrisi imbarazzato. Alcune volte mi capitava di sentirmi come un bambino a cui degli estranei fanno una domanda la cui risposta però è custodita solo dalla mamma <<…ho paura di non riuscire a camminare fino alla fine del cancello. Di rendermi conto come un cappotto sia troppo poco per il freddo che c’è fuori. Se proprio vuole saperlo, temo che quelle poche certezze che ho possano prendere il raffreddore..>>.Versai il tè nella tazza di porcellana bianco latte e mi sedetti. Continuavo a sentirmi imbarazzato così tutta la mia attenzione era rivolta a miscelare bene il latte nel te.

Lock fece lo stesso. Come se non avessi detto nulla si versò anche lui il tè commentando l’aroma di frutti rossi che si era diffuso nella stanza <<una volta la signora Digo  mi portò un tè ai frutti di bosco, o almeno così recitava la confezione. Quello che mi ritrovai nella tazza fu invece una tisana per problemi intestinali>> rise di gusto al ricordo e iniziò a sorseggiare il tè. Quando ebbe finito mi guardò e mi disse una frase che inizialmente non capii:

<< L’uomo che non trova il coraggio di affrontare i propri demoni si ritrova come il bambino che non sa alzarsi in piedi, non gli riesce proprio di camminare, e allora piange perché non può raggiungere il biberon sul mobile della cucina. Io e te in fondo non siamo così diversi, Nito>>

<<Qual è la categoria della quale si sente davvero parte, signor Lock?>> ebbi il coraggio di chiedere dopo quella frase.

<<Quella di cui fa parte anche il bambino che piange perché desidera il biberon ma non riesce a camminare, probabilmente>>

<<Già..>> risposi sovrappensiero.

Nel silenzio interrotto solo dalla pioggia e da qualche aneddoto del signor Lock continuammo a bere i nostri tè,  lasciando quei discorsi in sospeso, liberi di vagare distrattamente nell’aria della stanza.

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