Specchio, specchio…

Specchiati e dimmi che vedi. Un fiume, un lago, una pozzanghera, sanno ridarti quello che vuoi? Cosa sanno guardare i nostri occhi, mi chiedo. Come sanno consolarmi i miei occhi, ti chiedo. Quello che osserviamo esiste davvero o è solo l’insieme dei nostri pensieri intrecciati tra loro? Ma io mi tocco, mi sento, ogni senso proteso a cercarmi, a sapermi. Davanti una parete bianca, mi immagino. E ogni volta ritrarsi, scappare. Parete liscia, lucida, fredda. Chi siamo davanti uno specchio da soli? Siamo noi, o siamo niente? Chi siamo quando non ci sono gli altri a guardarci? Rimaniamo stupiti davanti la nostra immagine che pensavamo diversa. Destra, sinistra. Sorridi, ridi, seria. No, non siamo noi. Costruiamo un’immagine. Un fantoccio, una foto. Costruiamo ciò che non siamo, distrutto in un attimo dal riflesso sorpreso. Non ci guardiamo mai davvero ridere, se non per sbaglio. Ci scopriamo diversi, sempre per sbaglio. Chi sei, chi siamo, chi sono, davvero? Come credere che l’immagine riflessa ci inganna, se mi vedo, mi sento, mi tocco, mi guardo così? Chi sono, se non chi si guarda guardarsi senza riuscire a vedersi come in quell’immagine, fantoccio, foto, brandelli oramai di ciò che non siamo davvero?

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