Lucciole

Ci sono dei film che non sono un capolavoro del cinema, ma che riescono a rimanerti per un po’ conficcati nell’animo. Ti parlano di amicizia che dura nel tempo, di amore che non riesce a non crescere, di attimi che passano incastrati al contrario, di destino, di consapevolezze, e di persone inseparabili ma costantemente separate. Tutto questo mix, forse un po’ banale, o scontato, ti passa davanti agli occhi e stranamente, e forse non così tanto, ti tocca. Lo confesso. È la seconda volta che lo rivedo dopo un paio di anni. Mi sono chiesta il perché e credo di averlo capito. Troppe volte ci complichiamo la vita con domande che non troveranno risposta, con ragionamenti che non riescono a terminare nemmeno i propri presupposti, troppo spesso restiamo fermi a fissare muri cercando sensi che non esistono. Troppe volte ci perdiamo. Troppe volte mi smarrisco in un respiro, in un tramonto. E altrettante volte dimentico come si fa a sognare, ad alzarsi e a combattere. Così, è in questi momenti che desideriamo qualcosa che ci entri dentro e che ci faccia sperare in qualcosa di bello. E non la speranza di un regalo fatto da un ipotetico futuro che potrebbe cambiare, ma la speranza di un regalo che noi facciamo a noi stessi nel saper capire cosa è davvero importante, saper capire chi siamo, cosa vogliamo e cosa potrebbe renderci felici. E forse il punto è questo. La felicità è come una lucciola che sfugge alle nostre strette e che poi si spegne lasciandoci nel buio fino a quando in un altro punto del sentiero non se ne scorge un’altra. Tutto ciò altro non è che la danza che chiamiamo vita. Ho capito che è proprio questa la verità che mi piacerebbe dimenticare quando riguardo un film. Anche se per poche ore, sognare che tutto è lineare e semplice.
Anche se per poche ore, dimenticare le lucciole e non provare i passi di danza

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La precarietà precaria di essere se stessi

È come perdere l’equilibrio,

un passo sì e uno no.

È come respirare sotto le coperte,

con l’aria che si fa più calda,

più pesante.

È trascinare il peso di essere così,

e non colì.

È solo una catena di sbagli, imperfezioni,

anello dopo anello,

stretta attorno ai fianchi.

È un cuore agitato che ha perso per strada le risposte,

e deve farsi bastare i perché.

È farsi un vestito di sicurezze,

ma vederlo restringere sotto l’acqua calda.

È solo… ma alla fine va tutto bene.


Specchio, specchio…

Specchiati e dimmi che vedi. Un fiume, un lago, una pozzanghera, sanno ridarti quello che vuoi? Cosa sanno guardare i nostri occhi, mi chiedo. Come sanno consolarmi i miei occhi, ti chiedo. Quello che osserviamo esiste davvero o è solo l’insieme dei nostri pensieri intrecciati tra loro? Ma io mi tocco, mi sento, ogni senso proteso a cercarmi, a sapermi. Davanti una parete bianca, mi immagino. E ogni volta ritrarsi, scappare. Parete liscia, lucida, fredda. Chi siamo davanti uno specchio da soli? Siamo noi, o siamo niente? Chi siamo quando non ci sono gli altri a guardarci? Rimaniamo stupiti davanti la nostra immagine che pensavamo diversa. Destra, sinistra. Sorridi, ridi, seria. No, non siamo noi. Costruiamo un’immagine. Un fantoccio, una foto. Costruiamo ciò che non siamo, distrutto in un attimo dal riflesso sorpreso. Non ci guardiamo mai davvero ridere, se non per sbaglio. Ci scopriamo diversi, sempre per sbaglio. Chi sei, chi siamo, chi sono, davvero? Come credere che l’immagine riflessa ci inganna, se mi vedo, mi sento, mi tocco, mi guardo così? Chi sono, se non chi si guarda guardarsi senza riuscire a vedersi come in quell’immagine, fantoccio, foto, brandelli oramai di ciò che non siamo davvero?


Meno male che c’è la fede

Meno male che c’è la fede, diceva.

C’è vento fuori, ma dentro si soffoca. Gli sguardi della gente erano rivolti verso diversi punti della stanza. Qualcuno parlava sotto voce, qualcuno ridacchiava, qualcuno sussurrava. Le mia gambe erano intorpidite dalla posizione presa mezz’ora prima e dimenticata lì sul pavimento. Meno male che c’è la fede. Mi scuoto a questa frase. A cosa crede la gente che crede, mi chiedo. Affidarsi a un essere superiore, causa e fine delle nostre azioni, deve essere rassicurante, la cuccia calda di un’ideologia, la ciotola con il cibo e l’acqua sempre fresca. Come crede la gente che sa credere, mi chiedo. Accettare il mondo così com’è non deve essere semplice, ma se ce la fai puoi guardarlo con occhi più sereni.

Senza fede, no, che vita è, aggiungeva.

Mi guardo attorno. Quante di quelle persone credevano? Forse tutte, forse in fondo in fondo nessuna. La fede è quella che hai nei momenti felici, ma in quella meno felici vacilla, trema, si interroga. Ma sopravvive sotto forma di speranza. E allora forse in fondo in fondo nessuna, ma forse alla fine un po’ tutte. A cosa crede chi non crede, mi chiedo. A cosa credo, mi chiedo. Agli sguardi della gente che crede, a loro credo. Ma al mio sguardo, ci credo? Chi non crede ha il peso dei suoi errori, e nessuna ciotola dove rinfrescare la lingua. Ha la stanchezza di sapersi metà uomo metà errore, senza un nome adatto per potersi indicare. Ha nelle orecchie le loro parole, filastrocche sempre uguali dai finali un po’ tristi. Ha la paura di non poter amare, perché si è sempre un po’ imperfetti, un po’ inadatti, un po’ stanchi, ma anche troppo zitti, troppo invisibili, troppo lontani. Ma una cosa a cui crede chi non crede alla fine c’è: credere che presto crederà a qualcosa.


Vorrei

Vorrei salutarti ogni giorno con un sorriso

abbracciarti ogni secondo con uno sguardo

farti sentire il sapore del vento il profumo del cielo il borbottio del mare.

Dirti che ballare sotto la pioggia è possibile se chiudi l’ombrello,

e che dormire dentro il grano è un sogno da non abbandonare.

Cullare le tue paure dentro cieli di nebbia

così che dimenticarle lì non sarà poi così difficile.

Regalarti un soffione da far volare dentro

insieme alla certezza che il tuo passo sarà saldo

e non soltanto sulla terra ma anche tra quelle funi.

Spiegarti che i punti è bene usarli, ma senza esagerare.

E che le virgole e i punti e virgola lasciano porte aperte all’infinito.

Che c’è bellezza anche nel dolore

che c’è bellezza dentro ogni tuo sguardo.

E infine sperare

perché è quello che a volte ci rimane.

Sperare che proprio quello sguardo venga preservato.


Lettere d’inverno

Caro O.

vorrei chiederti una cosa. Forse è una domanda sciocca. Ma chi decide cosa è sciocco e cosa no? Appesa a un filo del mio cuore, è una domanda che dondola costante…sei felice? Lo so che la felicità è solo uno stato d’animo transitorio. So che è aria, so che è impalpabile. Ma so che sai cosa intendo, in fondo. Tutto quello che siamo, tutto quello che possediamo, viene spinto da noi verso quell’ orizzonte che abbiamo imparato a riconoscere come “felicità”. Magari è solo una zona, non una linea. E in prossimità di essa puoi già percepirne l’odore di fragole mature e girasoli luminosi. Ecco. Mi piacerebbe sapere che puoi sentirlo, quell’odore. Forse per te più vicino al profumo che fa la ginestra dopo il vento dell’ Etna.

C’è tanto su cui lavorare, tanto su cui non cadere. Eppure sento che, forse, l’unica persona davvero razionale eri tu. Ed è attraverso quella razionalità, quel tuo modo di riportare i giganti nelle loro isole e le formiche nelle loro tane, quell ’evitare le zoomate grottesche, insomma, è attraverso quello che sei e quello che sai che riuscirai a sentire l’odore dei nostri fiori, che adesso sono solo tuoi.

In questo mondo non si può perdere il senso delle cose perché il mare si è fatto troppo grande, e affogare troppo semplice. Ma ho fiducia in te, involontariamente. È strano pensare tali pensieri, sai? Le mie certezze sono diventate così poche, e mi stupisce come una di queste riguardi ancora te. È come se il tempo avesse sedimentato tutto quello che ho imparato osservandoti, granello per granello, creando un sassolino che tengo come una pietra preziosa, a volte benedetta, altre volte maledetta, persa tra qualche piega dell’anima. Ma è lì, smarrita e irrecuperabile, quasi a far parte di me fino all’eternità. E in virtù di tutto questo e di ciò che è stato, di ciò che sei e che hai lasciato che, ecco, vorrei fossi felice, tutto qui. E soprattutto vorrei che non dimenticassi chi sei. Che ti ricordassi di non dimenticare di essere te stesso, ovunque sei. Umano troppo umano, umanamente parlando. Ma munito di bussola, per non perdersi in questa nebbia. E, in conclusione, da amare fino all’ultima goccia, perché alla fine saprai ricambiare anche per quelle gocce inesistenti.

Tuo,

E.


Il lieto fine relativo

Alla fine di ogni storia il cattivo viene sconfitto, il vigliacco si dà alla fuga, il meno virtuoso capisce di essere diverso. Alla fine questi personaggi vanno via, ma nessuno racconta di loro. Il sipario si cala sugli eroi, sull’amore, sulla vittoria, e i perdenti rimangono solo un ricordo lontano, il battito mancato di un’ansia preconfezionata. Così, il sipario è calato su di te e sulla tua storia. Gli occhi degli altri hanno seguito le tue peripezie, il tuo dolore e, come in ogni romanzo di formazione che si rispetti, il conseguimento finale della tua vittoria. Gli applausi tuonano improvvisamente per te.
Inchino, sorriso.
Si chiude il sipario.
Si riapre.
Gli applausi continuano.
Inchino con sorriso.
Sorriso.
Si richiude il sipario. Il cattivo della storia rimane dietro le quinte. Anche lui si inchina, ma non sorride. Non aspetta la fine degli applausi per andare via. Vorrebbe ricordare agli spettatori che senza di lui non esisterebbe nessun finale positivo. Ma in ogni lieto fine non c’è spazio per gli sconfitti, i cattivi, i meno virtuosi.
Inchino senza sorriso.
E allora addio, la mia parte nella storia finisce qui.